Parrocchia

Nello splendido golfo di Gaeta, in una cittadina chiamata Scauri (Latina), nacque nel 1958 la parrocchia di S. Albina.

Il suo fondatore sacerdote Angelo Di Giorgio, decise di dedicare la nuova chiesa ad Albina, una giovane fanciulla morta giovanissima per non aver accettato di rinnegare la sua fede in Cristo.
Secondo il manoscritto che custodisce le poche notizie su questa martire, Albina morì in Cesarea il 16 dicembre del 250 e per ordine dell’imperatore Decio il suo corpo fu deposto su una barca che un angelo del Signore guidò fino alle spiagge di Scauri.

La parrocchia di S. Albina, divenne ben presto luogo di culto e di incontro per la comunità scaurese, una comunità destinata a crescere sempre più fino ad arrivare a 5.000 fedeli.
Nel 1987 viene nominato parroco di S. Albina, don Simone Di Vito. Da allora la parrocchia riceve nuovo impulso divenendo una realtà viva, dinamica e accogliente. Diversi sono oggi i gruppi presenti in parrocchia e tante sono le possibilità offerte ai fedeli per formarsi alla scuola di Cristo e mettere a frutto i propri talenti.


S. Albina (n. 238 d.C.; m. 16 dicembre 250)

Scarni i dati biografici.
Albina, nata a cesarea nel 238 da illustre famiglia, era di straordinaria bellezza e rara intelligenza; trascorreva le ore del giorno e della notte in digiuni, preghiere ed elemosine.

Secondo il manoscritto subì il martirio in Cesarea e l’imperatore Gaio Messio Quinto Decio fece deporre il suo corpo, insieme a quello di altri martiri, su una barca che un angelo inviato dal Signore guidò fino alle spiagge di Scauri.

Altra ipotesi vuole che sia approdata a Monte d’Oro presso un sacello dedicato a Diana nell’anno 248, per poi vivere a Scauri la sua fede e il suo martirio.

La sua Passio è anche la storia del suo processo. I due momenti si fondono nella narrazione del manoscritto, conservato nell’Abbazia di Montecassino.

Fu sottoposta a diverse torture dinanzi agli occhi dell’Imperatore Decio e mai fu piegata all’abiura della sua fede.
L’imperatore aveva ordinato che tutti i cittadini dell’impero romano facessero “il libellum”, l’atto di fedeltà all’imperatore e di fede negli dei, pena la morte.
Ci furono sommosse; il Vescovo Fabiano a Roma fu messo a morte, mentre molti cristiani abiurarono e furono chiamati “i lapsi”, i caduti nell’errore.

Albina di Cesarea non ebbe paura e per un prodigio divino le torture non ebbero effetto sul suo corpo.
Gli fu colato addosso del piombo fuso e si indurì al contatto del suo corpo.
Gli fu versato in bocca dell’aceto bollente e si raffreddò al contatto delle sue labbra.
Gli furono accostate delle fiaccole accese e si spensero, al contatto delle sue vesti.
Quindi fu accesa una fornace, fu spogliata nuda, unta con l’olio e gettata nelle fiamme.
Ma le fiamme si spensero ed allora riprovarono con fiaccole accese ma tutto inutilmente.
Allora l’imperatore cercò di convincerla con le lusinghe, con l’oro e l’argento, con promesse di potere; ma lei si sentiva sposa del Signore e nulla riuscì a persuaderla.
Ed allora fu percossa a sangue con nodosi bastoni, tuttavia avvenne ancora un altro prodigio: i bastoni caddero dalle mani dei carnefici, che videro i loro arti farsi secchi.

Infine fu portata fuori dalla città e fu decapitata.

Durante una delle varie torture a cui fu sottoposta esclamò: “Io mai cesserò di confessare la mia fede in Cristo, mio Signore, nel quale confida l’anima mia ed in onore del quale io elevo la mia lode”. Possiamo considerarlo il suo testamento spirituale.

La sua morte avvenne la sera del 16 dicembre 250.

Pochi mesi dopo, presso un’oscura città della Mesia chiamata Forum Tenebrosi, in una zona paludosa cadde l’Imperatore Decio combattendo contro i Goti. Il suo corpo scomparve nella melma e non fu più ritrovato, non vi furono per lui né onori né sepoltura.

In quella stessa Mesia, il 17 giugno 297 su ordine del governatore Massimo, funzionario di Massimiano Imperatore, saranno decapitati due soldati romani, che si rifiuteranno di sacrificare agli dei e di fare il libellum: Nicandro, protettore di tremensuoli, e Marciano (da non confondere con l’omonimo santo venerato in Gaeta). La città molisana di Venafro ospita alcune delle loro reliquie.

Il corpo di S. Albina invece fu dapprima custodito nelle mani devote del Vescovo e del clero di Minturno, forse in località “Castro Argento”, forse nella prima chiesa edificata in onore di S. Pietro, in ricordo del suo passaggio nella nostra terra, in occasione del suo viaggio verso Roma.
La Chiesa di Minturno perdette il suo ultimo vescovo, morto sotto sotto il pontificato di S. Gregorio Magno. Allora Bacauda, vescovo di Formia, saputa la disastrosa situazione di Minturno, distrutta dai Longobardi, supplicò con esito favorevole il Santo Padre di unire la Chiesa di Minturno a quella di Formia. Era l’anno 590 ed il corpo di S. Albina venne traslato a Formia per preservarlo.
Per sottrarlo alla devastazione dei Saraceni, nel 618 fu portato a Gaeta, insieme a quello di S. Erasmo.
Nell’anno 842 i corpi di S. Albina e di altri santi furono nascosti in una chiesetta presso il porto di mare, allora chiamata di S. Maria del Parco o di Santa Maria Assunta, di cui oggi sono rimaste solo alcune pareti esterne.
Col tempo se ne perdettero le tracce a causa del gran segreto col quale erano stati nascosti.

Nel 917, cacciati i Saraceni dalla pianura del Garigliano, furono rinvenuti nella detta chiesetta i resti mortali dei Santi ed ivi, per dar loro più degna sepoltura, il Vescovo Bono e gli Ipati della città, Giovanni I, patrizio imperiale, e suo figlio Docibile II, edificarono una grande basilica patriarcale.
La chiesa fu costruita in stile romanico e fu consacrata solennemente dal Papa Pasquale II il 22 gennaio 1106.
Sotto l’altare maggiore, a destra, dove si trova il quadro di tela raffigurante il martirio di S. Erasmo, sono custoditi i resti insigni di S. Albina.

In data 13 aprile 1786 i canonici della Cattedrale aggiunsero agli interventi di abbellimento precedenti dell’altare maggiore nuovi manufatti, formando un’urna di persichino, in mezzo a cui si apre l’occhio che lascia vedere attraverso un monogramma l’urna contenenti le insigni reliquie di S. Albina e collocandovi la seguente epigrafe:

CORPUS S. ALBINAE VIRGINIS ET MARTYRIS FORMIIS PASSAE – CAJETAM DELATUM ATQUE SUB ARA MAXIMA IN RUDI URNA CONDITUM – DIGNITATES ET CANONICI SEDE VACANTE EAMDEM ARAM RESTAURANTES IN URNA NOBILIORI FORMA EXPOLITA REPONENDUM CURARUNT. IDIBUS APRILIS MDCCLXXXVI.

Il testo ha indotto Mons. Salvatore Ferraro nel suo libro “Memorie Religiose e civili della città di Gaeta”, edito a Napoli nel 1903, ad affermare: “S. Albina, che per molte ragioni riteniamo esser nata a Gaeta”.

Nei secoli si è sempre avuta troppa leggerezza nel dire “vicino a Formia”, oppure “Scauri nel Golfo di Gaeta”, con la conseguenza che una località meno nota geograficamente viene assorbita da quella più importante.
Il nome di S. Albina può essere accostato con ragione solo e soltanto a due località: Cesarea, la sua città natale, e Scauri. (Tratto da: M. Caliman, Una fanciulla di nome Albina)