Catechesi in preparazione alla Pasqua 2015 – Terzo incontro

CATECHESI IN PREPARAZIONE ALLA PASQUA 2015

Terzo incontro, 18 MARZO 2015

Pietro l’apostolo dell’amore

 

«Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e a te darò le chiavi del Regno dei Cieli. » (Vangelo secondo Matteo 16, 18-19)

 

Simon Pietro secondo il vangelo di Giovanni era nativo, così come il fratello Andrea e l’apostolo Filippo, di Betsaida, città situata a circa 3 chilometri a nord del Lago di Tiberiade, un antico villaggio successivamente ricostruito dal tetrarca Filippo che fondò qui la sua capitale.

Secondo i vangeli sinottici, dopo il matrimonio si trasferì a Cafarnao, piccolo villaggio della Galilea che divenne in seguito uno dei centri della predicazione di Gesù, che vi si recava spesso per soggiornare qualche tempo, come amico, presso la casa dell’Apostolo. Il trasferimento a Cafarnao, insieme alla moglie, la suocera, il padre e il fratello Andrea, fu dettato probabilmente da motivi pratici, in quanto quella città offriva maggiori possibilità lavorative per il commercio del pesce[11]. Gli scavi archeologici, effettuati a partire dal 1905, portarono alla luce i resti di un’antica sinagoga e di una chiesa di forma ottagonale alla cui base furono scoperte le fondamenta di una casa di pescatori. Nel 1968 la casa fu identificata con quella dell’Apostolo Pietro grazie alla presenza di alcuni attrezzi da pesca ivi rinvenuti, ma, soprattutto, per il ritrovamento di alcuni graffiti, raffiguranti Gesù e Pietro, databili al II secolo d.C.

Legami familiari

Nei vangeli Pietro è presentato come figlio di Giona o di Giovanni. Di lui sappiamo essere fratello di Andrea, entrambi apostoli, scelti e chiamati sul lago di Galilea. Secondo i vangeli, un giorno Gesù guarì a Cafarnao “dalla febbre” la suocera dell’apostolo. L’esistenza di questa suocera ha portato alla conclusione che Pietro fosse sposato ma nulla si conosce né della moglie né dei figli. Interessante è però ricordare che l’apostolo Paolo allude a una “donna credente di Cefa”[che senza dubbio era la moglie. L’autore stesso della lettera solitamente identifica le collaboratrici col titolo di “sorelle” (adelphe) e non “sorelle donne”, come sarebbe meglio tradurre “donna credente” (derivando dalle parole greche adelphen gunaika).Secondo Clemente Alessandrino la moglie di Pietro seguì il marito nella sua predicazione e morì martire prima di lui.

 

Condizione economica e culturale

 

I fratelli Pietro e Andrea vengono presentati nei vangeli, sin dalla loro prima chiamata, come pescatori e più volte li ritroviamo con le barche sul lago di Galilea. Si sa anche che Giacomo e Giovanni di Zebedeo erano, secondo il vangelo di Luca, soci di Simone[20] e difatti saranno “chiamati” subito dopo gli amici. Emblematico in tal senso è il noto episodio della pesca miracolosa, nel quale Pietro è intento a ripulire le reti dopo una dura notte di lavoro senza alcun risultato. Anche dopo la Resurrezione, Gesù apparve a Pietro e ad altri discepoli mentre pescavano nei pressi del lago di Tiberiade.

Dagli Atti degli apostoli emerge un altro aspetto importante della vita di Pietro: la sua condizione culturale. Arrestato con Giovanni e condotto in presenza del Sinedrio, l’apostolo rispose con saggezza al loro interrogatorio, lasciando meravigliati i due giudici che lo credevano senza istruzione e popolano.

Il testo del vangelo oggetto della nostra meditazione questa: “Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simone Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro? Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che io ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene! Gli disse: “Pasci le mie pecore”. Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene? Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene?”. E gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecore”. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo disse: “Seguimi”.

Il pasto preso insieme li ha affiatati e Gesù ora guarda Pietro e gli fa una domanda impegnativa, gli chiede: “Mi ami tu più di costoro?”. La risposta di Pietro è sfumata, umile. Pietro non usa il verbo “amare”. Dopo quanto gli è capitato, come può affermare con sicurezza un amore incondizionato che esige un totale dono di sé? E neppure osa dire che lo ama più degli altri. Egli ha rinnegato il Maestro, gli altri no! Si limita a usare il verbo dell’amicizia, ma anche questo con umiltà, affidandosi finalmente al giudizio del suo Signore: “Tu sai che ti voglio bene”. E Gesù sapeva che ora Pietro era in sintonia con lui e pronuncia quella formula che è conferimento di missione: “Pasci i miei agnelli”.

Siamo in un linguaggio pastorale. Dire “pasci” significa affidargli il gregge perché vada avanti e il gregge lo segua come si segue il pastore di cui le pecore conoscono la voce, significa preoccuparsi perché al gregge non manchi il necessario, incominciando dagli agnelli, cioè dai piccoli, dai più deboli, significa difenderli dai pericoli, disposto a dare la propria vita, perché abbiano la vita.

Gesù per la seconda volta gli chiede ancora: “Mi ami tu?” e Pietro ripete: “Tu sai che ti voglio bene”. E Gesù gli dice: “Pasci le mie pecore”. Il parlare è cambiato. Gesù non solo gli affida il gregge, ma gli affida il governo del gregge, gli dà pieni poteri sul popolo di Dio. Tale è nella Bibbia il senso pieno di pascere. Gli affida la totalità del gregge. Sarà lui che visibilmente, nel suo ministero, dovrà unire tutti i figli di Dio dispersi, fare di tutti un solo gregge, un solo popolo. È l’autorità di Gesù sul suo popolo che il ministero di Pietro dovrà rendere visibile nella storia.

Ed eccoci alla terza domanda di Gesù: “Mi vuoi bene?”. Qui Gesù si colloca sul piano di Pietro e usa il verbo dell’amicizia. Si compie così per Pietro la parola di Gesù: “Non vi chiamo più servi, ma amici e agli amici si dice tutto (15,14). Sulle prime Pietro si rattrista – è difficile dimenticare quel che gli è capitato – ma poi si dona totalmente a Gesù: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene”. Sono amici e gli amici hanno gli stessi ideali e lavorano insieme per uno stesso scopo. Pietro perciò lavorerà all’unisono con Gesù e come Gesù. E Gesù gli ripete: “Pasci le mie pecore”.

Senza immagini: Pietro sarà il Maestro della comunità, alla quale comunicherà quelle parole che sono spirito e vita (6,33) e si donerà al gregge come si è donato il suo Maestro e Signore. Gesù ne è sicuro e gli annuncia che sarà perfettamente associato al suo martirio. La parola di Gesù è fatta di immagini e antitesi, ma l’autore che scrive dopo i fatti commenta: “Questo gli disse per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio, proprio come Gesù. Poi si riporta un altro comando di Gesù a Pietro: “Seguimi” e Pietro lo seguì. Il “mi seguirai più tardi” (13,36) incomincia a realizzarsi.

 

La triplice risposta di Pietro

Alle tre domande di Gesù, Pietro risponde per tre volte: «Tu sai che io ti voglio bene»; «Tu sai che io ti voglio bene»; «Tu conosci tutto, tu sai che io ti voglio bene». Noi probabilmente avremmo risposto così: «Sì, mi sembra di amarti, ho imparato la lezione, sto facendo dei progressi, vorrei amarti, ci tengo molto, è importante per me amarti». Avremmo cioè risposto quasi tenendo noi il gioco in mano, mostrando di non essere ancora entrati pienamente nella sfera dell’amore gratuitamente ricevuto. La risposta di Pietro non è un «sì», sicuro di sé, e non è nemmeno un «non so». Il «sì» avrebbe il rischio di ripetere le promesse fatte da Pietro durante l’ultima cena e per di più lo lascerebbe continuamente ansioso, perché nessuno può rispondere a una simile domanda. Però, a questo punto Pietro non può dare nemmeno una risposta incerta o restare in silenzio. Pietro è stato trasformato dall’esperienza della croce e dall’attuale incontro con il Risorto: non può negare di avere ricevuto un amore per il Signore che gli riempie il cuore, ma sa che non può prevalere sugli altri e che non può fare tante promesse, non può appoggiarsi su se stesso, perciò si affida alla conoscenza di Gesù e dice: «Tu lo sai». Pietro si appella alla conoscenza soprannaturale che Gesù possiede e che egli aveva sperimentato già al momento del primo incontro, quando lo aveva chiamato per nome e gli aveva imposto il nome nuovo di Cefa/Pietro (Gv 1,42). Per tre volte Pietro si affida alla conoscenza di Gesù e dice: «Tu lo sai»; la terza volta aggiunge le parole «tu conosci tutto» e ripete le parole: «tu sai che ti voglio bene».

In tutte e tre le risposte il soggetto della frase non è «io», ma «tu»: «tu conosci il mio amore per te». Pietro viene così portato a cancellare il proprio gesto di rinnegamento con una triplice dichiarazione di amore. La triste esperienza del rinnega-mento gli ha fatto capire che non ha solidità in se stesso e allora egli si appoggia ormai solo su Gesù. Pietro si fa forte della certezza che il Signore sa, si basa sulla conoscenza che il Signore ha del suo cuore, e risponde: «Tu sai che io ti amo». Pietro sente dentro di sé un amore per Gesù, sa che la sorgente di quell’amore non è dentro di lui, sa che quando gli chiede: «Mi vuoi bene?», Gesù, che è la sorgente dell’amore, vuole anzitutto donargli questo amore.

Ponendo la sua domanda, Gesù desidera che Pietro gli chieda il dono di amarlo con fedeltà. Rispondendo «Tu sai che ti amo», Pietro si rimette a Gesù, si affida a lui: ha imparato che per l’uomo è fondamentale muoversi nella sfera dell’amore, riconosce che se ama Gesù non è perché si sente forte, generoso, ma perché il Signore è generoso con lui e lo rende capace di amarlo ogni giorno di più; rispondendo così, Pietro manifesta che la radice della sua capacità di amare sta nel Signore e si affida umilmente a lui. «Pietro evita così sia l’umiltà depressiva, sia un certo tipo di sicurezza che può diventare presunzione, confessa che la misura del nostro amore per Gesù non siamo noi, ma è lui stesso che ce lo mette dentro e, affidandolo a lui, al suo amore crocifisso, noi siamo certi che questo amore esiste e non abbiamo se non da decidere quali opere questo amore ci chiede di fare adesso» (C.M. Martini).

Quando la domanda gli viene fatta la terza volta, Pietro è colmo di tristezza, di un dolore che evoca le lacrime che, secondo Mc 14,72, aveva versato in seguito al proprio rinnegamento. Secondo alcuni esegeti alla terza domanda Pietro si rattrista, perché Gesù non usa più lo stesso verbo delle prime due domande (agapao, che significa amare gratuitamente), ma quasi si abbassa e usa il verbo phileo che significa avere un amore di amicizia, lo stesso che Pietro aveva usato nelle sue due prime risposte. A Gesù che lo interroga due volte sul suo amore gratuito, Pietro risponde per due volte: «Tu lo sai che ti voglio bene»; nelle risposte di Pietro il testo greco usa il verbo phileo, che vuol dire «essere amico»; Pietro risponde: «Tu lo sai che ti voglio bene così come sono capace, tu lo sai che ti amo del mio povero amore».

La terza volta Gesù dice a Simone: «Mi vuoi bene, mi sei amico?», usando anche lui, come Pietro, il verbo phileo. Simone ha compreso che a Gesù basta il suo povero amore, l’amore di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. È Gesù che si è convertito a Pietro, piuttosto che Pietro a Gesù. Ed è questa «conversione di Dio» ai nostri limiti che dà speranza al discepolo che ha conosciuto la sofferenza dell’infedeltà. Questa terza volta Pietro non dice più soltanto: «Tu sai che io ti amo», ma insiste sulla piena conoscenza del Maestro e dice: «Tu sai tutto». Con la parola «tutto» Pietro esprime la consapevolezza di non poter contare sulle proprie forze e manifesta ancora più esplicitamente il proprio affidamento al Signore. In questo amore di Pietro per Gesù, o meglio in questo abbandono di Pietro all’amore di Gesù è adombrato il mistero della Chiesa: è la sposa innamorata di Cristo. Il suo amore per Cristo è ricco di concretezza, impegna le energie più belle della libertà, crea iniziative generose e aperte. Però la Chiesa, come Pietro, sa di poter amare perché prima è stata amata e continua a essere amata: fa consistere il suo amore nella risposta fedele all’amore di Cristo per lei.

Gesù non torna da Pietro per giudicarlo, ma ritorna a lui unicamente per do-mandargli se lo ama ancora, se la sua caduta non ha distrutto in lui l’amicizia che lo univa al suo Signore. Gesù domanda a Pietro se il giorno della sua passione e morte ha accresciuto in lui l’amore. È evidenziata in questo incontro di Gesù con Pietro la differenza tra il rimprovero e il perdono. Il rimprovero rende presente una mancanza, il perdono la allontana fino a farla sparire, creando una situazione nuova. Col rimprovero si rinfaccia una colpa che appartiene al passato, la si rende ancora attuale; col perdono Gesù ci mette di fronte all’avvenire che può essere diverso. Nella triplice domanda e nella triplice risposta che Gesù attende da Pietro c’è certamente la forza della ripetizione: l’amore è ripetitivo. Tuttavia c’è di più e lo cogliamo nel testo dove ci viene detto che Pietro si turba perché per la terza volta viene interrogato. C’è un richiamo delicato, discreto, saggio alla debolezza dell’apostolo, alla sua incapacità di amare, alla sua triplice negazione nel momento della passione.

Ovviamente la triplice negazione è già stata perdonata dallo sguardo di Gesù a Pietro; ora però lo interroga tre volte per ribadire il suo perdono e rendere Pietro conscio e capace di amare seriamente. Il dialogo di Gesù con Pietro è dunque un dialogo riconciliatore, riabilitante, che rialza l’apostolo, gli infonde fiducia, gli dà coraggio e lo rende capace non solo di amare il Signore, ma di amare anche il gregge da pascere, capace di trasmettere la riconciliazione, il perdono, la rinnovata forza di amare di cui è dotato il primo destinatario.

Sarebbe bello se anche noi fossimo condotti alla penitenza attraverso questa ricostruzione della persona, non soltanto attraverso parole esterne, ammonizioni generiche, se anche noi fossimo condotti alla penitenza attraverso un esercizio che ci porta a ripercorrere i cammini sbagliati, ritrovando noi stessi la strada giusta e la certezza che Dio ci ama. E ricordiamo che anche noi siamo chiamati ad aiutare gli altri in questo modo, a costruire le persone, essendo strumenti della forza risanatrice di Dio.

 

Il triplice affidamento del ministero a Pietro

Per tre volte Gesù domanda a Pietro se è disposto ad amarlo e alla triplice ri-sposta di Pietro per tre volte gli dice: «Pasci i miei agnelli»; «Pascola le mie pecore»; «Pasci le mie pecore». Gesù affida a Pietro in tre riprese successive un ministero universale.

L’autorità che Gesù conferisce a Pietro ha poco a che fare con quella di un re di questo mondo. È un’autorità pastorale, radicata nell’amore di Gesù per Pietro e di Pietro per Gesù; è un’autorità pastorale che non fa appartenere le pecore a Pietro, perché esse restano sempre esclusivamente di Gesù; è un’autorità pastorale che pone su Pietro e non sulle pecore gli obblighi principali.

Interessante è confrontare il colloquio tra il Risorto e Pietro sulle rive del mare di Tiberiade con quello avvenuto a Cesarea di Filippo, riportato dall’evangelista Matteo. Lì Pietro aveva esclamato: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16) e Gesù aveva affermato: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18). Lì la precondizione per l’edificazione della Chiesa su Pietro era la sua fede. Dopo la pasqua, la precondizione per il ministero pastorale di Pietro è l’amore. A differenza di Matteo, dove le immagini delle chiavi e del legare e sciogliere hanno un carattere più legalistico, l’immagine pastorale riportata da Giovanni mette l’accento sull’amore che è richiesto al pastore e sugli obblighi verso il gregge che gli sono affidati.

Gesù associa a sé Pietro nel compito di pascere i suoi agnelli e le sue pecore. C’è anche qui una diversità di termini in greco, che l’italiano tenta di rendere. Probabilmente le due parole diverse usate in greco per indicare le pecore (arnia, cioè agnelli, e probata, cioè pecore) vogliono dire: «Pasci tutto il mio gregge», cioè tutti gli uomini, a partire da quanti sono più deboli, come gli agnelli. Gesù usa i termini «agnelli», «pecore» per indicare un rapporto di profonda e affettuosa responsabilità. Il pastore è un po’ padre e madre del gregge, fratello e sorella di ciascuna pecora; non è un amministratore, un contabile, un semplice organizzatore. Il pastore è colui che ha rapporti di profonda, affettuosa e amichevole responsabilità per ciascuno. Pietro riceve il compito di pascere: Pietro e i pastori nella Chiesa non sono i luogotenenti di Gesù assente, ma l’espressione visibile di Cristo Pastore, invisibilmente presente e operante. Egli è presente in vari modi nella sua Chiesa: è presente nella sua parola, nei sacramenti, nello Spirito Santo, nei poveri, ma è presente anche nel ministero di Pietro e degli altri pastori che è prolungamento del suo servizio di amore, del suo modo di essere tra gli uomini.

Gesù non dice a Pietro: «Sii pastore», ma «Pasci». La qualifica di pastore resta esclusiva di Gesù: Pietro è chiamato a svolgere le azioni di pastore, ma non è chiamato pastore. Nel Nuovo Testamento solo Gesù è pastore: è il «pastore grande delle pecore» (Eb 13,20), «il pastore e guardiano delle vostre anime» (1Pt 2,25). Il titolo «pastori», riferito a uomini che all’interno della Chiesa hanno una responsabilità ministeriale, appare soltanto in Ef 4,11, dove però ha un valore simile a quello di altre funzioni (apostoli, profeti, dottori) e non quello di una funzione privilegiata. Per questo Gesù dice a Pietro: «Pasci» e non «Sii pastore». Il pensiero che Gesù rimane l’unico pastore è rafforzato dall’aggettivo possessivo: Gesù non dice a Pietro: «Pasci gli agnelli», «pasci i fedeli», «pasci la Chiesa», ma «pasci i miei agnelli», «pasci le mie pecore». Le pecore e gli agnelli, affidati a Pietro, sono sempre del buon pastore, sono di Gesù, è lui che li tiene in mano. Gesù risorto continua a parlare delle «sue pecore» come di qualcosa che è soltanto suo, anche se Pietro viene incaricato di pascerle. Le pecore sono affidate da Dio Padre all’amore di Gesù e Gesù esprime questo suo amore anche attraverso l’amore di Pietro. Non ci deve stupire che il segno scelto da Gesù per incarnare il suo amore così grande sia così piccolo: un uomo con i limiti di ogni uomo. Rientra nello stile di Dio ottenere effetti straordinari con mezzi umilissimi, perché si veda che la potenza viene da lui. Il compito di Pietro e dei suoi successori scaturisce dall’amore e Gesù ha rivelato come si chiama e come si esercita un compito, un’autorità che scaturisce dall’amore: è servizio! «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).

Pietro partecipa alla funzione pastorale di Gesù, ma non sarà mai un pastore autonomo rispetto a lui: le pecore restano di Gesù. Questo fatto è maggiormente comprensibile se teniamo presenti le parole dette da Gesù in croce a proposito di sua madre. Dall’alto della croce Gesù aveva donato Maria al discepolo amato dicendogli: «Ecco la tua madre!» (Gv 19,27), intendendo cioè consegnare la madre al discepolo, mentre non ha voluto fare lo stesso con Pietro dopo la risurrezione, dicendogli: «Ecco le tue pecore». Soltanto Gesù è il pastore in senso pieno, perché solo lui è morto per i peccati una volta per tutte, dischiudendo l’accesso a Dio. Egli soltanto ha fatto passare le pecore da una situazione di sbandamento alla nuova identità di gregge di Dio. Nessuno potrà mai venire costretto a essere pecora o gregge di un altro uomo e, d’altra parte, noi non possiamo mai avere la smania o la pretesa che qualcuno, nemmeno il nostro figlio, sia pecora nostra: solo Dio ha il potere di essere il pastore e ha trasmesso questo potere unicamente al Figlio, che è in piena comunione con lui. Il tema delle pecore che sono e restano di Gesù ricorre in altri passi del Nuovo Testamento: ai presbiteri di Efeso Paolo dice: «Siete stati posti a pascere la Chiesa di Dio» (At 20,28); ai presbiteri Pietro scrive: «Pascete il gregge di Dio che vi è stato affida-to» (1Pt 5,2). Commenta s. Agostino: «Se mi ami, non pensare che sei tu il pastore; ma pasci le pecore come mie, non come tue; cerca in esse la mia gloria, non la tua, il mio bene, non il tuo, il mio profitto, non il tuo!».

È espresso qui anche il grande tema al quale è sempre più sensibile l’età moderna: il tema della libertà e del primato della coscienza. Le pecore sono di Gesù ed egli non le affida a Pietro, lasciandogli fare di loro quello che vuole. Pietro esercita il suo compito pastorale su pecore non sue. I cristiani sono liberi perché appartengono soltanto al Signore e in quanto appartengono al Signore si lasciano guidare dai servi del Signore.

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